Tarocchi come via della conoscenza

Tutto o quasi è stato detto sulle misteriose carte dei Tarocchi, tramite libri, fumetti, film, documentari, convention, consulti, workshop. Ed è proprio il fatto che tutto non è nulla. Nulla è tutto. Il più sta dando troppo, il meno può dare di più. Ma per arrivare a questo meno occorre attraversare terre sconosciute perché troppo note.

Il linguaggio simbolico viene usato per mascherare, velare, nascondere, attutire un significato che non c’è fino a quando non viene dato.

Ma i Tarocchi sono li, ci aspettano, simili a custodi, guardiani di un tempo assoluto, come se fossero sentenze.

Vedremo che non lo sono.

Ma rimangono forme archetipiche di una misura delle cose, un’espressione del lungo, a volte interminabile, viaggio della/nella consapevolezza.

Usare le carte dette Tarocchi implica fornire a se stessi e alle altre persone un dono di sè, ovvero la possibilità di strade non ancora esplorate, di pensieri che pur connettendosi a figure e significati socialmente diffusi, riempono il mondo di nuovi significati, di nuove immagini, di nuovi cieli da guardare, fiduciosi verso la propria capacità di costruire il futuro piuttosto che leggerlo in un destino già scritto.

La prima domanda che si pone la persona che non conosce i tarocchi se non come arte divinatoria è una domanda sana:  È vero che predice il futuro? Di cosa si tratta: di un gioco di carte che è stato sovraesposto di significati esoterici? È un inganno di maghi e maghetti, castroneria voluta di cartomanti che spillano soldi, materiale buono solo per sedicenti sette iniziatiche? O è qualcosa di ben più interessante e serio?