Ayahuasca e dintorni

11 Aprile 2016, in DIPENDENZE

di Cosetta Greco

Ho partecipato giovedì 31 marzo scorso a una conferenza a Milano dal titolo:

Ayahuasca, sciamanesimo, psicoterapia, strumenti di evoluzione interiore

 

di cui aggiungo un brano della presentazione:

Il fondatore di Ayahuasca International ALBERTO VARELA e il creatore del Ritiro per superare dipendenza con Ayahuasca e Psicoterapia VICTOR CHICO JIMENEZ, staranno a Milano per raccontare i casi incredibili di persone che stanno risolvendo problemi, malattie e dipendenze con la integrazione di tecniche sciamaniche, rimedi selvatici e nuovi “abbordaggi psicoterapeutici.”

Ebbene Il richiamo al (possibile) uso dell’Ayahuasca nella cura delle dipendenze mi induce ad alcune riflessioni e chiarificazioni alla luce dell’esperienza in questi anni di lavoro con alcol e polidipendenti e di una iniziale e parziale, ma soggettivamente molto intensa, conoscenza degli effetti della pianta maestro.

Le affermazioni che ho ascoltato mi danno l’opportunità di suggerire, a chi con tanto entusiasmo le espone, alcune correzioni: intanto dire che la Dipendenza non è una Malattia Cronica e che si può guarire completamente deve partire dall’avere chiaro il significato e il senso dei termini che stiamo usando. Infatti tutte le droghe, compreso l’alcol, determinano, indipendentemente dai motivi che ne hanno indotto il consumo, modificazioni a livello del Sistema Nervoso Centrale, e in particolare delle aree e delle connessioni fronto limbiche, tali da indurre una condizione di “permanente” e irreversibile (almeno fino ad oggi) “ipersensibilità” (se vogliamo usare un termine forse non appropriato ma accessibile alla comprensione di tutti) alla sostanza. Ciò vuol dire che quando una droga ha prodotto nel soggetto effetti di assuefazione e tolleranza e craving egli non sarà più in grado di ritornare ad un consumo controllato e sociale e quindi ogni assunzione sarà a rischio di innescare una ricaduta nella dipendenza. Cosa che puntualmente avviene a volte in ore, a volte in giorni, a volte in mesi in coloro, e sono molti, che, soprattutto con l’alcol, pensano di essere guariti dopo qualche mese o anche qualche anno di sobrietà. In questo senso e senza tema di smentita la Dipendenza è una malattia cronica, così come lo è il Diabete, la Celiachia, o l’allergia a cibi o pollini (N.B. non l’intolleranza). Certo che si può guarire dall’alcolismo o dalla tossicodipendenza, intendendo che, dalla solida terraferma della completa astensione dal consumo della sostanza, si può partire per un viaggio di consapevolezza e ristrutturazione di se stessi e dei propri valori e obiettivi verso l’unico autentico scopo di ogni essere vivente: essere felici. Desiderio che potrebbe sembrare ovvio, ma poi succede che quando chiedo ai miei pazienti che cosa vuoi per te, quasi nessuno risponde “voglio essere felice”: curiosamente, ma non troppo, o non lo sanno o rispondono: “voglio aiutare gli altri”, “fare felici i famigliari”, “la pace nel mondo”, “trovare un lavoro” o “essere tranquillo”, ma fino a dire “voglio felicità” è una cosa forte e impegnativa e non si ci osa.

Vorrei peraltro rassicurare gli operatori (almeno quelli giovani) di questo gruppo di A.I. che in questo paese esistono molti medici, psicologi e operatori socio sanitari perfino nei famigerati servizi per le dipendenze, che da anni curano l’individuo e non solo la malattia, che purtroppo però va curata anch’essa.

Per iniziare a trattare la questione che mi intriga di più, cioè l’Ayahuasca nella cura delle dipendenze, e rispondendo anche ad alcune comprensibili obiezioni sentite l’altra sera, vorrei dire che la definizione per droga è: ogni sostanza che ha potere psicoattivo, produce assuefazione e tolleranza e il cui abuso implica danni per la salute dell’individuo e per la società (vedi incidenti, delitti, inadempienza e trascuratezza genitoriale, perdita di lavoro). Ora sappiamo che l’Ayahuasca ha certamente potere psicoattivo, ma che non sono stati mai dimostrati effetti di assuefazione e tolleranza e tanto meno di pericolosità per la salute o per la società. Su questo esistono studi scientifici e etnosociologici, dato che il suo uso tradizionale, che sembra risalire agli Inca, è ampiamente diffuso presso le comunità indigene dell’Amazzonia e dei paesi del Sud America, e attorno a esso si sono strutturate le religioni ayahuasqueras.

Inoltre mi sembra essenziale il dato di fatto che proprio la mancanza di effetti dimostrabili di assuefazione e tolleranza ha lasciato fino ad ora l’Ayahuasca fuori dall’elenco delle droghe in molti Paesi, compreso il nostro. Naturalmente se ne può fare una questione ideologica e di principio in quanto pianta “psicoattiva” però a questo io rispondo che massima è l’ipocrisia e l’incoerenza di fronte alla completa legalità e sostanziale sostegno politico, sociale ed economico per una droga i cui effetti di dipendenza e di pericolosità sociale e individuale sono sicuri e dimostratissimi quale è l’alcol e le bevande alcoliche. Fra l’altro se dovesse “essere presente un medico” (cosa che ho sentito dire l’altra sera) ogni volta che una persona assume Ayahuasca a maggior ragione egli dovrebbe essere presente in ogni ristorante, birreria e festa degli alpini, dell’Unità e del Santo Patrono…

Del resto chiunque abbia provato l’Ayahuasca sa che assumerla a scopo ludico e ricreativo o solo per farsi un” viaggetto”, è l’ultima delle cose che ti passa per la testa. Intanto ha un sapore terribile, a cui forse (come noto dall’espressione di chi l’assume da tempo ) fai l’abitudine ma non il piacere. Poi ti apre in due, come uno scopino entra a pulire corpo, cuore e mente. Chi cerca l’emozione e l’esperienza dello stato alterato di coscienza, non torna, ci sono strade meno cruente e più soddisfacenti. E non parlo di altre droghe (di cui non so dare testimonianza) ma di stati alterati di coscienza e viaggi sciamanici col Suono del Tamburo per esempio.

Non credo dunque che la pianta maestro sia “LA” soluzione per la cura delle dipendenze ma che, come molte esperienze cliniche e terapeutiche testimoniano, possa e debba essere una possibilità importante da esplorare e rendere disponibile all’interno di percorsi terapeutico riabilitativi oltre che in gruppi di ispirazione religioso spirituale o di ricerca e guarigione sciamanica.

Concordo peraltro con quanto diceva Varela l’altra sera, di quanto il risultato dipenda dall’autenticità del desiderio di sapere e di cambiare la propria vita. In realtà questo è molto più raro di quanto sembri, la maggior parte delle persone si tiene ben stretta la propria sofferenza e ha una sacra paura di vedere come stanno veramente le cose perché dovrebbe assumersi la responsabilità della propria infelicità ed è più facile e meno doloroso attribuirla all’ALTRO, o al destino. Quindi, quasi sempre, la persona non ti chiede di guarire ma solo di essere curata, cioè liberata dal sintomo, illudendosi di potere poi riprendere la vita da dove l’ha lasciata quando ha cominciato a bere o drogarsi. Per molti e complessi motivi non avviene quasi mai e così ti aggiusti in qualche maniera per sopravvivere e reggere in gioco, perché gli altri, i mariti, le mogli, i genitori o i figli, hanno solo due immagini di te: quello che eri prima e quello che eri durante, ma non ne vogliono sapere di quello che sei adesso. E credo che chi ha il compito di accogliere la domanda di cura debba rispettarne la volontà, ognuno ha il diritto di scegliere come vivere e, secondo me, anche di come e quando morire.

So che ci sono nel mondo ayuwaskero molte polemiche circa l’uso “mondano” di questa o per meglio dire queste piante che sono legate nei loro paesi di origine a rituali religiosi e pratiche di guarigione sciamanica*, infatti la “liana degli spiriti “ risulta il veicolo principale per dialogare con le entità spirituali.

L’uso rituale della bevanda all’interno di cerimonie e rituali, come quelli del santo Daime o delle religioni ayuwaskere, la contestualizza come mezzo di crescita ed evoluzione spirituale riducendo il rischio della sua mercificazione in un mondo alla continua ricerca di esotismi e di rapidi consumi.

Rimando a un prossimo intervento una discussione sull’uso e sul “consumo” della parola sciamano e sciamanesimo: “termine che ha una forte attrattiva nell’immaginario collettivo moderno, motivato da un alone generico di esotismo e di mistero, dalla sete disperata di spiritualità del mondo materialista e in più in molti stuzzica l’ego perché viene erroneamente visto come un’opportunità di manipolare gli altri e il mondo” (M.Massignan, Costellazioni Rituali ). Ritengo solo di dire che per me questa parola non è una garanzia di incredibili e magiche guarigioni e tantomeno di sicurezza nella onestà e capacità dell’uomo che ne possiede la pratica operativa. Così come ci sono medici bravi, onesti e ispirati accanto ad altri mediocri, trafficanti di farmaci e ricette, penso ci siano analoghi esempi tra gli uomini medicina, gli sciamani e gli stregoni.

Per concludere, penso che le piante maestro siano un dono che madre natura ha fatto agli esseri viventi (e includo gli animali che ne sanno qualcosa) perchè possano essere aiutati nel cammino evolutivo e nella ricerca della vera essenza e della bellezza dello spirito e della vita. Disprezzarlo, demonizzarlo o scotomizzarlo rischia da una parte di chiuderlo nella conca protezionistica dell’enclave religiosa e dall’altra di farne usi strumentali in contesti “paraterapeutici ” ancorchè associati a singolari “abbordaggi psicoterapeutici”. Non voglio certo di che questo sia il caso dei ritiri proposti da A.I. ma che certo ne è un rischio da cui sarebbe bene gli organizzatori di guardassero magari curando un pò più accortamente la comunicazione e l’approccio “new age” che va bene per la proposta di percorsi di consapevolezza e crescita personale, ma risulta un pò stonata se si pretende di offrire un:

“RITIRO SPECIALIZZATO SULLE CONDOTTE ADITTIVE “SANARE LA DIPENDENZA DALLA SUO ORIGINE” CON L’USO PSICOTERAPEUTICO DI AYAHUASCA. Attraverso un programma di recupero abbordiamo un problema così personale come sociale: le dipendenze.”
Come sempre non esistono scorciatoie e ogni strumento che funziona per te è quello giusto, ma l’importante è che tu possa scegliere.

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