SPIRITO DI-VINO

15 Maggio 2012, in DIPENDENZE, TUTTE LE NEWS

La Dipendenza come stato contratto di consapevolezza

“Le dipendenze, le compulsioni e gli attaccamenti sono stati di coscienza contratti mentre la trascendenza vede un’espansione della consapevolezza.”
Cos’è la dipendenza? La prima cosa che vorrei dire è che la dipendenza e la compulsione (intese nel senso più generale possibile) sono espressioni patologiche o esagerate del comportamento umano naturale e normale. La maggior parte delle persone (se non tutte) hanno una tendenza alla compulsione o alla dipendenza. Quando il comportamento diventa tanto abituale da dominare la vita dell’individuo, a detrimento delle relazioni e del lavoro, abbiamo la diagnosi clinica di dipendenza.
Milioni di persone si sono riconosciute dipendenti da una cosa o dal l’altra, e questa definizione della compulsione come una condizione o una ‘malattia’ è stata certamente salutare e terapeutica per molti individui. (…)
In alternativa al modello della malattia, alcuni definiscono la dipendenza come la ricerca dell’appagamento esclusivamente nel mondo esterno, materiale. In questo caso è possibile contrastare la dipendenza con la consapevolezza, l’interiorità o la crescita spirituale, ovvero dirigendo l’attenzione a stati ed esperienze interiori, lontano dal mondo esterno. (Ralph Metzner, Dipendenza e trascendenza)

Cura e Guarigione

Curare: da Ku=Kau-kav osservare, guardare
Guarire: mette insieme guardare e difendere.

Abbiamo creduto per anni alla comoda favola che la Medicina Moderna avrebbe curato le nostre malattie e ci avrebbe condotto verso l’immortalità… così abbiamo prodotto un farmaco per ogni cosiddetto sintomo, dalla verruca al tumore del polmone, dalla paura alla stanchezza, dalla pancia gonfia all’insonnia… poco importa che per ogni farmaco, siano elencati, in piccolo sul bugiardino, decine di possibili e probabili effetti collaterali, indesiderati e intolleranze… A parare la coscienza del salutista, come un mantra, è raccomandato uno “stile di vita sano”.
Analizzando l’etimologia delle parole “prendersi cura di qualcuno o qualcosa” significa guardarlo e proteggerlo/difenderlo, nella dimensione di guarigione è implicato un ulteriore passaggio verso la eliminazione o soluzione del male o del danno.
Molte persone cercano non una cura (impersonale e desoggettivante) ma di “essere curati” in quanto specifici individui, da una persona a cui attribuiscono un sapere (medico, assistente sociale, psicologo, infermiere…), cioè di essere guardati…
Ciascun esperto emette un parere che si insiste debba essere “obiettivo”. Si fa un esame obiettivo di organi e apparati, cioè un esame dell’oggetto-corpo, quasi oggetto “altro” dal soggetto che con questo corpo parla… Anche l’oggetto-mente si può misurare, analizzare, fotografare e poi aggiustare mettendo o togliendo bulloni, viti e fili: molecole e sinapsi, codici e connessioni, pezzi del miracoloso congegno che è la coscienza che, se analizzata a pezzi, non offrirà mai la spiegazione di come tutto ciò abbia creato la consapevolezza del “Io sono”.
E poi quando la persona sperimenta sensazioni: caldo, freddo, fame, vomito, palpitazioni, dolori, eruttazioni ed emozioni: collere, freddezza, tristezza, paura, si cercherà sempre una risposta nell’avaria di un pezzo della macchina: sarà il fegato o il cuore, la serotonina o la dopamina, il pensiero o l’umore?
La medicina orientale (cinese e ayurvedica), le “medicine eretiche” occidentali (omeopatia e antroposofia e tutte le loro derivate) cercano di curare, cioè di guardare, non un pezzo ma l’individuo nella sua unità che, essendo rappresentata dal corpo, mente, anima, spirito, è unità meta-fisica.
Non voglio entrare nella sconfortante diatriba tra coloro che “credono” e coloro che “non credono” all’Altra Medicina, in particolare la Medicina Omeopatica. In genere rispondo “e chi se ne frega che uno ci creda o no?” non è questione di fede o di mistica… L’unico dibattito serio può riguardare la metodologia, l’analisi dei risultati e la loro verificabilità da una parte (magari andando a vedere prima di emettere sentenze l’ormai corposa ricerca scientifica a riguardo) e dall’altra una comparazione che prenda in considerazione sia gli effetti sintomatici soppressivi più o meno immediati dei farmaci sia i “collaterali”, spesso assai più significativi, biologici e sistemici e duraturi, cioè la tossicità psico-organica e le sue ricadute sulle condizioni di vita della persona.
Del resto se si dovesse credere solo a ciò che si vede sapremmo ancora che il sole gira attorno alla terra e avremmo rinunciato a quasi tutte le scoperte della fisica quantistica compreso l’imprendibile bosone di Higgs.
Riteniamo invece che sia possibile produrre una metodologia che abbia a riferimento parametri teorici ed esperenziali trans-culturali, trasversali ai linguaggi delle scienze umane, matematiche e fisiche e delle medicine tradizionali (più o meno complemetari). Riteniamo che sia possibile una visione trans-settoriale che, superando la specializzazione delle scienze e del sapere, coniughi nuovo umanesimo e spiritualità quale ricerca di valore e di senso etico, individuale e sociale.
Questo a nostro parere conduce dalla cura al processo di guarigione che non può che essere guarigione sui tre piani in cui si manifesta la vita dell’individuo: piano fisico (eterico), piano emotivo (astrale/animico) e piano mentale (spirituale).

Una cura o una guarigione per la tossicodipendenza?

Coloro che sostengono l’inguaribilità dalla tossicodipendenza portano a prova indiscutibile il circuito chiuso che si genera da una domanda “passiva” a cui l’Istituzione, offrendo legittimità, risponde passivizzando a sua volta la persona, cioè somministrando una cura, sia essa farmacologica che psicologica, che si pone come un sostegno, un insipido sostituto di un piacere a cui il corpo (sociale) impone una rinuncia. Insomma sostituire una dipendenza da una sostanza, più o meno illegale, con un’altra sostanza, legale, etichettata “farmaco”, non produce un processo di guarigione ma, al massimo costituisce una cura aiutando la persona a sopravvivere facendo a meno di una corposa fonte di soddisfazione.

“È evidente che non si tratta di una malattia nel senso del modello medico tradizionale… si tratta di una malattia nella misura in cui si ha un incontro tra un individuo e un corpo estraneo tossico che lo va a distruggere sia sul piano somatico che psicologico. Ma di una malattia particolare perché il soggetto ci mostra, nei suoi propositi e atti ripetitivi che questo legame soggetto-alcol, per noi mortifero è essenziale e paradossalmente vitale per lui. (V. Baehler)

Consapevolezza e Trascendenza

La mia idea è che le dipendenze, le compulsioni e gli attaccamenti implichino la fissazione dell’attenzione e il restringimento del numero degli oggetti della percezione: in altre parole, si tratta di uno stato contratto di consapevolezza. Ciò è l’opposto degli stati mistici, trascendenti o estatici, che implicano un momento di attenzione e l’allargamento del numero degli oggetti della percezione: in altre parole, il classico stato espanso di consapevolezza. “Trascendente” vuol dire sopra e al di là, mentre estasi viene dalla parola “extasis”, cioè fuori dalla condizione statica, fuori dallo stato normale di consapevolezza. Invece, la dipendenza e l’attaccamento vanno nella direzione contraria, come abbiamo visto: essi implicano la fissazione, la ripetizione, il restringimento e la selettività dell’attenzione e della consapevolezza
Trip mentali: questo è quel genere di attività intellettuale compulsiva che è stata definita anche “dipendenza dal pensiero” (…) Se sto facendo trip mentali, se sono immerso nei pensieri e nelle idee, posso evitare di sentire e di imparare dalle mie emozioni e dalle sensazioni corporee.
L’analogia appropriata per la trascendenza autentica, per l’espansione di consapevolezza, è che si continuano a guardare le immagini alla TV, ma allo stesso tempo si fa un passo indietro, oppure si allontana lo schermo dal viso, rendendo possibile la visione di tutto ciò che c’è nella stanza e, attraverso la finestra, fuori dalla casa. È ancora possibile guardare le immagini della TV, ma stavolta si comprende che è solo una TV, con questo o quel programma, mentre dentro e intorno a te stanno avvenendo molte altre cose. Lo stato trascendentale include la forma precedente, più limitata di attenzione, e si spinge oltre (…) Non ti stai allontanando dal precedente oggetto di attenzione: stai espandendo la consapevolezza. La vera trascendenza dissolve le fissazioni, espande le forme contratte di percezione. (Ralph Metzner, Dipendenza e trascendenza).

Pensiamo come mangiamo: zucchero
Zucchero = dolcezza, gratificazione, ricompensa. Ma lo zucchero sovraccarica il fegato, che è costretto a immagazzinarlo come glicogeno, e intossica l’intestino, di cui nutre i lieviti, come la candida che si mangia gli altri batteri coabitanti. L’assunzione di zuccheri semplici induce un picco della glicemia che l’organismo tenta di regolare con una liberazione “extra” di insulina e una successiva caduta della glicemia che spesso è causa di sonnolenza, stanchezza, instabilità emotiva e vulnerabilità allo stress.
Ogni sovraccarico diventa un masso, ogni contrarietà diventa intollerabile per un fegato già infiammato e così esplode la collera: irritabili, incompresi, insoddisfatti e …infelici… spesso cerchiamo nel cibo la soluzione o la soddisfazione che, crediamo, gli altri e la vita ci negano.
La Medicina Tradizionale Cinese e Indiana (l’Ayurveda), la Medicina Antroposofica, la Medicina Funzionale e l’Omotossicologia, la tradizione alchemica e spagirica sanno che le disfunzioni e la confusione della mente e il disordine emotivo, manifestano il modo in cui funzionano gli organi e viceversa.
Il cibo, la materia, si trasforma dunque in emozioni e pensieri e questi a sua volta cercano nel cibo risposta e regolazione. Il consumo di certi alimenti crea nel nostro corpo e nel nostro viso impronte tangibili, non da punto di vista patologico o lesionale ma anche espressivo e morfologico, forma, dimensione, colorazione, spessore possono descrivere a chi sa come leggere che cosa e come una persona mangia e conseguentemente la forma dei suoi pensieri e la qualità delle sue emozioni.
Se il nostro corpo fisico ha bisogno di nutrimento e di parole anche i nostri sensi hanno bisogno essere nutriti e addestrati: nutriti dallo sguardo dell’altro e addestrati a vedere, nutriti dal contatto e dalle carezze e addestrati a sentire, nutriti dai suoni e dalla voce della madre e addestrati ad ascoltare e a parlare.

La memoria e l’albero
Il cibo ha una storia o memoria “recente” fatta dell’acqua, della terra, dell’aria, degli inquinanti umani e animali che ne hanno plasmato la forma e le caratteristiche “organolettiche” e una memoria “antica” incisa nella sequenza genomica attraverso cui la specie e le “famiglie” trasmettono il racconto universale delle proprie origini e della propria storia. Ogni cosa in questo universo porta entro di sé l’intera storia dalle sue origini al suo presente, negli esseri viventi semplicemente accade che gli eventi della vita, sia del macro e che del microcosmo, lasciano le loro tracce “genetiche” modificando la struttura e la forma del codice genetico dell’individuo. Vedi slide psicogenealogia ed epigenetica

Molti percorsi di cura psicologici cercano nel passato i motivi e il senso di quanto accade nel presente del soggetto, nel nostro “Qui e Ora” arriva la strada del nostro passato e si dipartono le molte e possibili strade del nostro futuro. Esse si realizzano nel concreto delle piccole e grandi scelte quotidiane le quali a loro volta sono determinate da codici mnesici e schemi intrinseci che determinano le costruzioni mentali e le percezioni e le intenzioni dell’individuo. Siamo liberi di scegliere, è vero, ma i nostri gradi di libertà si estendono entro limiti segnati dalle vicende della nostra stirpe, della nostra famiglia e delle specifiche vicende che hanno segnato la nostra nascita e i nostri primi anni di vita. Queste corde possono costringere a percorsi obbligati da debiti insoluti o allettare verso i passaggi più agevoli e conosciuti o proteggere invisibilmente dagli angoli più pericolosi o dissuadere dal cercare in direzioni non segnate sulle mappe…
La consapevolezza e la comprensione della storia del paese,della famiglia e dell’ individuo e dei legami di lealtà famigliare (L. Boszormenyi – Nagy – G.Spark, Lealtà invisibili, Astrolabio) consentono sia di mettere ordine nella catena generazionale sia di “rimettere i debiti ai debitori” avviando un processo di pacificazione e perdono. Effetti se ne hanno nel corpo, nel cuore e nella mente, soprattutto attraverso la possibilità di lasciare andare o di espellere boli di non detto, significanti di morte e traumi, che la catena transgenerazionale passa da un membro all’altro per esempio attraverso il nome: del padre disperso in guerra, della nonna tradita o stuprata, del fratellino morto, della prozia rinnegata dalla famiglia, dell’ingiustizia nella distribuzione dei beni. E in questo processo di guarigione dell’anima è sempre il corpo a dare a testimonianza più autentica, perché le tracce mnesiche si trasmettono da padre in figlio non solo nel lessico famigliare e nelle consuetudini espresse ma anche attraverso il DNA, perfino attraverso lo scambio di cellule tra la madre e il figlio.
Al corpo dunque è necessario chiedere una testimonianza attraverso tracce e segni che possano trasformarsi in consapevolezza mentale e guarigione psico emotiva. Allora le memorie, i traumi, le perdite, i vuoti e i pieni, si mostrano al soggetto e gli effetti di sapere che ne derivano anche quando sono sottili, subliminali, adocchiati con sospetto e timore, sono come un virus in un sistema operativo: lasciagli il tempo e molecola dopo molecola, file dopo file, produce spostamenti che cambiano il senso di quello che vedi, senti e pensi. Questo percorso è retrogrado rispetto a quanto operato dal percorso educativo e dal discorso sociale che conducono il bambino a dimenticare e negare la sua fisicità e il suo corpo parlante per addestrarlo a credere solo a quello che “vede” o meglio ancora a quello che credono o vogliono o fingono di vedere coloro che gli insegnano a stare alle regole del mondo… Così il corpo si irrigidisce, anche quando è palestrato, e inscrive, circoscrivendolo nell’organo, nel distretto muscolare, sulla pelle o nel sistema sensitivo, quanto non può essere visto e detto o ricordato o vissuto. Vedi slide Trauma e stress

Il Trauma
Il Trauma fissa lo sguardo e blocca il respiro in un’istante infinito in cui la soggettività è annullata, il pensiero è paralizzato così come il corpo, ti affacci sul vuoto della morte. Nei sogni l’incubo si rappresenta nella paralisi delle gambe, c’è un pericolo e non riesci a correre via, vorresti urlare e non esce la voce, dovresti aggrapparti e invece continui a cadere immobile… Un trauma è un evento improvviso, inatteso, mortifero o pericoloso per la sopravvivenza del soggetto o di una persona o animale cari, di fronte al quale siamo stati impotenti, bloccati nell’azione da cause fisiche, ambientali o morali. Gli effetti del trauma si rappresentano nel corpo, nell’anima e nella mente, attraverso attacchi di panico, insonnia, depressione, malattie autoimmuni, crisi dissociative, malattie della pelle, contratture e blocchi osteoarticolari, quando se ne accorgono la chiamano sindrome post traumatica da stress, ma nella maggior parte dei casi non se ne accorgono e tentano di abolire il disturbo riempendo la persona di farmaci.
“Se minacciati, il corpo e la mente mobilitano un’ampia quantità di energia per prepararsi alla reazione, sia questa la lotta o la fuga. Tale preparazione si accompagna ad aumento e deviazione del flusso sanguigno e al rilascio di “ormoni dello stress” come l’adrenalina e il cortisolo. Sembra probabile che l’eccesso di cortisolo sul lungo periodo (o anche una sua carenza che si può associare alla depressione nel PTSD cronico), sia la causa potenziale del danno cerebrale all’ippocampo. La riduzione non avviene tutto d’un tratto. È il lungo periodo, vale a dire trauma e stress cronici non elaborati, che determina la variazione dei livelli di cortisolo e che, con tutta probabilità, provoca (col tempo) la riduzione del cervello. Anche nel caso di trauma di lungo periodo (cronico), esiste una forte probabilità che la degenerazione dell’ippocampo possa essere reversibile. La riduzione sembra sia dovuta alla perdita di dendrite che può essere (almeno
parzialmente) recuperata se gli agenti chimici produttori di stress vengono disattivati e riportati a livelli normali. Quindi, è di estrema importanza fornire alle persone sostegno e guida nel periodo successivo all’esperienza che li ha prostrati così da impedire che si evolva in tragedia Purtroppo, concentrandosi sulla patologia e sull’eliminazione dei sintomi, si perde la componente biologica fondamentale per la elaborazione del trauma – vale a dire la mancata messa in atto del piano di difesa: la lotta o la fuga, e anche lo stretto contatto umano necessario a sostegno di questa in messa atto. Senza messa in atto ed elaborazione, le persone restano spaventate, isolate e disperate. Quando si realizza la messa in atto, una persona, così come l’impala, riesce a riprendersi e a ricongiungersi alla mandria.
(Peter A. Levine, Guarire il trauma recuperando consapevolezza del proprio corpo)
(Associazione Kalapa – Milano, via Maiocchi 18 – www.kalapa.it – kalapa@tiscali.it)

La consapevolezza del corpo è il principale strumento per riconoscere e affrontare forse il più importante dei fattori di disagio e sofferenza per gli essere umani: il TRAUMA

Una sola breve esposizione ad un evento sconvolgente può gettare un individuo che ha un buon funzionamento in un baratro di sofferenza emotiva e fisica. Un trauma è un evento improvviso, inatteso, a volte apparentemente “normale” come un incidente stradale o una tonsillectomia su un bambino di pochi anni, a volte mortifero o pericoloso per la sopravvivenza del soggetto o di una persona o animale cari, di fronte al quale siamo stati impotenti, bloccati nell’azione da cause fisiche, ambientali o morali. Gli effetti del trauma si rappresentano nel corpo, nell’anima e nella mente:
Talvolta gli effetti di tali esperienze non si manifestano per mesi o addirittura per anni. Può darsi compaiano sotto forma di malesseri “psicosomatici” (come mal di testa e mal di pancia) o come inspiegabili stati d’ansia o di depressione”, ma anche attraverso attacchi di panico, insonnia, malattie autoimmuni, reazioni impulsive, malattie della pelle, contratture e blocchi osteoarticolari.
Nel mito greco di Medusa, Perseo usa uno scudo nel cui rispecchiamento Medusa coglie il suo sguardo e la sua condanna a morte. “Dalla ferita di Medusa uscirono due entità: Pegaso (il Cavallo Alato) e Crisauro (il Guerriero con la spada d’oro). Il cavallo simboleggia il corpo e la conoscenza istintiva; le ali simboleggiano la trasformazione; la spada d’oro rappresenta la verità penetrante e la chiarezza. Insieme questi aspetti formano le qualità e le risorse archetipiche che un essere umano deve mobilitare per guarire la Medusa chiamata trauma”. (Levine)
A proposito degli effetti delle emozioni nel corpo, Lowen descrive come “la tensione muscolare cronica in diverse parti del corpo costituisca la prigione che impedisce la libera espressione dello spirito dell’individuo. Queste tensioni possono trovarsi nelle mascelle, nel collo, nelle spalle, nel torace, nella schiena e nelle gambe. Causano l’inibizione degli impulsi che la persona non osa esprimere per paura della punizione, verbale o fisica.(…) L’insensibilità del corpo elimina il dolore e la paura, in quanto gli impulsi “pericolosi” sono efficacemente imprigionati (…) Tutti i sentimenti nascono da processi corporei e devono essere compresi sulla base di questi processi”.
Feldenkrais sottolinea le connessioni tra maturità, traumi e postura: “se il bacino e il capo non sono portati in modo appropriato non è possibile eseguire correttamente nessuna attività atletica … tutte le persone le cui funzioni mentali e corporee hanno raggiunto una buona maturità si muovono con il portamento dello stato potente. (…) L’individuo che si è sviluppato ed è maturato in maniera completa si riconosce dalla sua notevole capacità di ripresa dopo che ha subito colpi e perturbazioni inaspettati (alias TRAUMI) siano essi mentali, emotivi o meccanici.”

Ma al centro di tutto c’è il respiro, così come insegnano lo yoga e le tecniche di meditazione dal Vipassana, allo Zen, alla sua derivazione occidentale, la Mindfullness di Kabat Zynn. Respiro la cui osservazione e modificazione può entrare significativamente nell’ambito della terapia:
“Ciò perché il sistema respiratorio è strettamente connesso con gli stati affettivi. Basta che cambi la condizione immediata delle nostre emozioni, che cambi solo la minima sfumatura, perché il respiro prenda a vibrare, a dilatarsi, a esitare, o a rispondere in qualche altro modo. Non c’è nient’altro in noi che reagisca in forma così minuziosamente calibrata. E siccome gli stati affettivi sono un modo di scoprire l’ambiente circostante, le informazioni che la respirazione ci fornisce possono essere cruciali. Mentre gli affetti leggono il mondo, il respiro legge gli affetti.” (George Downing).
La consapevolezza del corpo è dunque prima di tutto consapevolezza del respiro e attraverso questo si può cogliere il senso profondo di quanto afferma Ralph Metzner:
“Le dipendenze, le compulsioni e gli attaccamenti sono stati di coscienza contratti mentre la trascendenza vede un’espansione della consapevolezza.”

Teoria polivagale
La teoria polivagale è una nuova concezione che adotta molte delle idee di MacLean quali l’importanza dell’evoluzione, le strutture limbiche e gli afferenti vagali, su cui costruisce e mette in evidenza il legame fra i cambiamenti filogenetici del sistema nervoso autonomo e il comportamento sociale.
Dal punto di vista della teoria polivagale il comportamento sociale è una proprietà intrinseca dello sviluppo filogenetico del sistema nervoso autonomo. In accordo con questo modello gerarchico, le minacce alla sopravvivenza che sono percepite portano spesso a una regressione (dissolution) del sistema nervoso dai più recenti atteggiamenti positivi di comportamento sociale a quelli più primitivi di combatti e fuggi e di schivare il confronto.
(Stephen W. Porges, La teoria Polivagale: contributi filogenetici al comportamento sociale, aprile 2003)

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