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Da doctor Strangelove a doctor Strangetm.
Come ho imparato a smettere di preoccuparmi e ad amare la Disney.

di Marco Bertone

Marco Bertone
formatore blabla
breve presentazione

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Sono un fan della Marvel da sempre, e sono cresciuto con gli Aristogatti e Mickey Mouse. Quindi non posso criticare più di tanto la Disney.
Sembrano antichi e passati definitivamente, anche nel ricordo ancestrale, i giorni dei Cavalieri Pallidi dediti alla ricerca del Santo Graal della Complessità: alcuni eruditi, vetustamente carichi di onori pattugliano le lande desolate del mondo culturale assennatamente nascondendosi per poi fare capolino solo quando finalmente la follia disciplinarista e scientista si placa per un attimo. Sono i seguaci di un pensiero olistico che ha avuto nell’eclettismo di Morin, di Hofstadter e prima ancora del vate Bateson i vitalissimi antenati assieme a nobili padri cibernetici e sociologi, filosofi come Luhmann e scienziati solidissimi come Bertalanffy o contestati come il Nobel Prigogine. Ma questo avveniva prima di questi anni in cui il pensiero di una scienza che riflette su se stessa non solo in senso applicativo e tecnico sconfinava con discipline fringe o infervorava dibattiti sull’epistemologia ed il costruttivismo senza le polemiche velenose dei social networks.

Non rimpiango mai troppo un passato che ogni giorno mi ricordo di meno ma in questi tempi di scomuniche ai novax sulla base del “lei non sa chi sono io” contrapposte alle millenaristiche rigide visioni newage favoleggianti di complotti, il dialogo fra disciplinaristi e transdisciplinaristi sembra la bizzarra reminiscenza di un universo andato in malora dove un tempo scorrevano fiumi di latte e miele e il leone della specializzazione giaceva senza danno con l’agnellino impaurito del pensiero convergente ed epistemico dei fautori di una Complessità che nessuno nega ma che tutti ingabbia(va)no in uno steccato di ricerca di certezze a volte troppo deterministiche.

Ognuno dice che l’altro è il Male Assoluto, e così il dibattito ed il confronto non ci sono. Allora mi chiedo: ma l’industria culturale ci ha per caso spinto a queste polarizzazioni? Quando abbiamo avuto davanti a noi il disegno di un bene (che inevitabilmente siamo noi) e di un male così nitidamente e rigidamente divisi? In quale forma di letteratura, cinema, o altra forma di narrazione abbiamo costruito questa dicotomia rassicurante?
La stessa fantascienza ci dileggia. Con l’orgia neoclassica di Matrix vent’anni fa abbiamo superato alla velocità della luce la soglia del cosmo interiore, quello che ci sfidava dai quadri negletti dei surrealisti più kitsch e ci siamo impantanati nel Vietnam culturale dell’entertainment disneyano, una forma di seducente project management del Desiderio, edulcorato degli aspetti problematici e fissato per sempre nell’orgia tridimensionale di effetti speciali a discapito della complessità dei personaggi e delle trame. La Saga di Star Wars, che aveva dimostrato come un cattivone inviluppato in una mummia nera di se stesso poteva essere un Redentore adatto ai nostri tempi, seguendo un destino impervio e ingarbugliato che ne faceva l’idolo di ragazzini ed adulti in cerca di un significato in mezzo alla marea di ambigui processi cognitivi, ora è in balia di una manichea distinzione fra un Bene fissato come una litografia statica di ribelli nevrotici e di un Male definitivamente monodimensionale come sempre vestito da Wehrmacht. Dove sono finite le zone d’ombra, la dimensione mitica dell’ambiguità del confine, il dolore di Anakin/Vader nell’isterica figura del suo nipote segaligno? Dove la sottile astuzia seducente di Palpatine in Snoke, un Gollum ipertrofico ma piatto? O, se siamo fanatici di fumetti, i dubbi amletici di Silver Surfer? Il travaglio esistenziale che ci prendeva leggendo Watchmen?

La Disney livella tutto nella favola in cui la Regina di Biancaneve è sempre malvagia e l’idilliaco mondo di Tippete o di topini, coniglietti, elefanti con gli occhi languidi e cerbiattoni si contrappongono in un’edizione per famiglie dell’Eroe Eterno di Joseph Campbell. Si sa, gli archetipi sono potenti e li si abita uno per volta, ma la disneizzaione dell’immaginario hollywooodiano porta con sé la deludente immagine di una colonizzazione del mondo del fantastico. Generazioni di ragazzi millennials e no (compresi quegli adolescenti eterni quarantenni con accenno di calvizie che si ingozzano di popcorn nei multisala accompagnando con entusiasmo i figli al rito collettivo dei film Marvel, o sinceri bulimici fans come il sottoscritto che in barba a queste righe comunque il film se lo vede tre volte prima nel multiplex, poi in streaming, poi in DVD) stanno comprando (assieme ai gadgets che vanno dalle gomme da masticare con Spiderman agli zainetti a tracolla con gli Stormtroopers) qualcos’altro.

Infatti mentre ci immergiamo in una sospensione dell’incredulità davanti a telegiornali taroccati e fake news o alle fantasmagorie dell’Universo Cinematografico Marvel o della D.C. la profezia del filosofo Baudrillard che l’America stesse disperatamente cercando di assomigliare a Disneyland si aggiorna. Updatata essa potrebbe essere: la mente umana cerca disperatamente di assomigliare ad un franchise Disney. La potenza dell’egemonia culturale, per cui i grandi incassi dei Pirati caraibici, dei supervitaminizzati eroi in calzamaglia e delle astronavi sono tutti devoluti ad una sola megacorporazione che sforna versioni edulcorate ed affascinanti del sogno postsalgariano e postverniano, sembra preoccupare meno della concentrazione di testate giornalistiche verso un solo editore o del conflitto di interessi in politica. Non dico che i manager della Buena Vista un domani potranno prendere il posto di Donald Trump, ma che almeno 2 generazioni di persone in Occidente stanno diventando consumatori dell’ideologia forgiata da un manipolo di sceneggiatori che ci propongono schemi concettuali di lotte al fulmicotone con spade laser di ogni colore. E lo fanno compiaciuti da piscine alla David Hockney a Malibu, senza avere i tormenti di uno Scott Fitgerald o di un Raymond Chandler, perché coperti d’oro.

La semplificazione dei conflitti (bene di qua, impero del male di là) secondo gli intellettuali seri, quelli che distinguono il reale dal virtuale, non dovrebbe reggere alla prova della realtà. Un amico qualche anno mi diceva che un documentario mostrava nella prigione di Guantanamo un jihadista che diceva: “siete voi americani ad averci creato. Guardavamo film dove un manipolo di ribelli galattici si rivoltava a un Impero mostruoso. Noi ci identificavamo con Luke Skywalker”. Ecco, appunto. Stiamo creando un mondo dove la realtà/territorio si piega alla fiction/mappa? Non lo so. E se lo sapessi, sarei scosso. Anche per me il mondo è fiction, narrazione, un vago palcoscenico dove attori di serie B credono di essere veri, di sapere cosa è la realtà, e di avere ricette semplici. A differenza mia, loro sanno con granitica convinzione cosa sono i nemici: l’Europa, i migranti, le chemtrails, i sovranisti, i vegani, gli alieni, i giornalisti, la casta, gli infedeli, i tifosi dell’altra squadra in un ipermercato di identikit di figure odiabili che possiamo contraffare a seconda della nostra voglia di detestare.

Passando per le angosciose contrade sporche di Blade Runner, ci imbattiamo in un mondo dove ci raccontiamo di essere dalla parte giusta, senza ripensamenti. Con i cattivi che assomigliano ai mostri che non riconosciamo dentro di noi e i buoni che sono la versione ritoccata di quello che stiamo fortemente desiderando di essere, fino al punto di crederci. Da bravi sempliciotti ci piace il brivido facile di un nuovo autoritarismo rassicurante e dicotomico, interrotto da trailer costosi e mirabolanti mentre la supremazia occidentale nelle cyberguerre del futuro si va facendo sottile e una Guerra Fredda 2.0 può diventare un po’ più calda.

Già nel 1973 la flotta navale (civile)della Disney era la dodicesima per tonnellaggio del mondo. E quando il canale di Panama è stato ribattezzato “WalMart” in onore della più grande catena di vendita nell’era preAmazon non abbiamo alzato un sopracciglio. Possiamo fare di peggio, e lo faremo. Rifiutando quella complessità faticosa e urtante fatta di zone grigie per un convincente paradiso simile al Nirvana indotto da effetti speciali in cui il Lato Oscuro della Forza non ci seduce più, forti come siamo delle nostre certezze supreme gioiosamente in attesa dell’Olocausto in alta definizione.
Ma adesso, scusatemi…vado a cercare su Youtube le anticipazioni per il prossimo film degli Avengers.

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